Andrea Baranes: finanza etica, è possibile?

17th luglio 2014

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di conoscere Andrea Baranes,  Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica (rete Banca Etica), al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. E’ stata l’occasione per una chiacchierata interessante che voglio condividere con voi lettori.

Incontro Andrea Baranes a “Stampa e controllo dei poteri finanziari” uno di quegli interessanti approfondimenti organizzati al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Si vede subito che il Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete Banca Etica, è ben preparato. Perchè la finanza etica fa parte della sua vita professionale.

Questo 42enne è portavoce della coalizione Sbilanciamoci! Ed è stato protagonista della campagna per introdurre la tassa sulle transazioni finanziarie nonché autore di libri come “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati – Falso!” (Laterza), “Finanza per Indignati” (Ponte Alle Grazie), “Come depredare il Sud del mondo” e “Il grande gioco della fame”  (Altreconomia) e “Per qualche dollaro in più – come la finanza casinò si sta giocando il pianeta” (Datanews).

Insomma è uno che parla a ragion veduta. Da quell’evento è nata questa intervista che Baranes ci ha gentilmente concesso. 

Moreschi: c’è spazio per un’economia più etica rispetto alla finanza che ha messo in crisi il mondo con il sistema dei derivati e dei future?

Andrea BaranesBaranes: lo spazio per diversi modelli economici e finanziari c’è, e va allargato giorno dopo giorno. Le prime esperienze di investimento “etico” risalgono agli anni ’20 del secolo scorso, quando alcuni ordini religiosi decisero di non investire più i loro risparmi in “azioni del peccato”, ovvero in aziende coinvolte in armi, gioco d’azzardo, pornografia o alcolici. Nei decenni successivi ci furono forti movimenti di opinione per disinvestire ad esempio dalle imprese coinvolte nella guerra del Vietnam o con il Sud Africa durante il regime dell’Apartheid. Movimenti che hanno portato a risultati concreti, ma soprattutto sempre più persone a interrogarsi sull’uso del denaro e dei propri risparmi.

Oggi la questione non è più legata unicamente a tematiche ambientali e sociali, ma uno spazio sempre maggiore in iniziative simili è legato al rifiuto delle logiche speculative che dominano la finanza moderna. Nel mondo sono decine le esperienze di finanza etica e alternativa, sia riguardo le attività bancarie e creditizie, sia di fondi pensione e di investimento, ovvero nei mercati finanziari veri e propri. Esperienze differenti per storia, approccio culturale e operatività, ma che condividono alcuni principi di fondo. Primo tra tutti, la finanza deve essere uno strumento al servizio dell’economia “reale” e delle persone, e occorre valutare tutte le conseguenze non economiche dell’agire economico.

Tali esperienze sono ancora molto piccole rispetto alla dimensione ipertrofica dei mercati finanziari, ma rappresentano un’alternativa concreta e un esempio per chi vuole decidere dell’uso dei propri soldi, in qualche modo per chi decide di non essere complice inconsapevole della stessa crisi di cui è vittima. 

Moreschi: se anche un finanziere come Warren Buffet aveva messo in guardia, in una nota intervista al Wall Street Journal del 2007, dal pericolo derivati, perché l’economia mondiale non è riuscita a mettere in piedi le dovute contromisure?

Baranes:  dopo lo scoppio della crisi innescata dalla bolla dei mutui subprime, praticamente ogni vertice internazionale, dal G20 in giù, si è chiuso con roboanti dichiarazioni sulla necessità di chiudere una volta per tutte la finanza casinò. Purtroppo molto poco è stato fatto in concreto, per diversi motivi. La mancanza di lungimiranza e di coraggio della classe politica, che va di pari passo con l’inammissibile potere delle lobby finanziarie. A questo si somma la mancanza di competenze tecniche, e altri fattori ancora.

A monte, però, l’elemento principale è la forza dell’ideologia neoliberista che ha dominato il pensiero economico negli ultimi trent’anni, e che postula la capacità dei mercati di auto-regolarsi. Di conseguenza occorre rimuovere ogni norma o vincolo che possa frenare la presunta “efficienza” dei mercati lasciati liberi di agire. Una visione che si è dimostrata fallimentare quando l’intero sistema stava collassando e ha richiesto piani di salvataggio da migliaia di miliardi di dollari e di euro di soldi pubblici. Dei salvataggi che non hanno però cambiato le regole del gioco. Dopo avere privatizzato i profitti sono state socializzate le perdite tramite un gigantesco assegno in bianco, e si è ripartiti come e peggio di prima. Prima ancora che con l’introduzione di regole in ambito finanziario, è sul piano ideologico e culturale che occorre superare l’impostazione che ci ha trascinato nella crisi. 

Moreschi: la crisi ci ha reso più saggi e oggi possiamo dirci al sicuro?

Baranes: purtroppo no, verrebbe da dire che è proprio il contrario. Dallo scoppio della crisi le grandi banche e i mercati finanziari sono stati inondati di soldi, tramite piani di salvataggio, iniezioni di liquidità delle banche centrali e altro ancora, ma come detto si è trattato in massima parte di un “assegno in bianco”. La finanza speculativa è quindi ripartita come e peggio di prima, mentre l’economia “reale” è ancora in enormi difficoltà.

Oltre alla palese ingiustizia sociale, anche le conseguenze economiche sono decisamente preoccupanti. In primo luogo si incentiva il cosiddetto azzardo morale per i maggiori attori finanziari: se so che sono “troppo grande per fallire” e che comunque il pubblico mi salverà, il mio comportamento razionale diventa rischiare il più possibile. Se mi va bene vinco, se va male perde qualcun altro. E’ un’evidente follia in qualsiasi sistema economico.

Un’altra conseguenza è forse ancora peggiore. Se la finanza è ripartita ma l’economia no, questo significa una distanza sempre più grande tra il valore degli attivi finanziari e l’andamento dell’economia, ovvero la definizione stessa di una nuova bolla finanziaria, gonfiata con denari pubblici. Una bolla probabilmente peggiore di quella del 2007: primo perché con i piani di salvataggio e la liquidità oggi la finanza è ancora più grande; secondo perché le maggiori economie occidentali hanno già prodotto uno sforzo enorme proprio per i salvataggi post 2007, con aumento dei debiti pubblici e recessione, e non sarebbero probabilmente oggi in grado di fare fronte a un nuovo disastro finanziario. 

Moreschi: Banca popolare Etica è veramente differente? Come possiamo fidarci?

Baranes: Banca Etica è una banca che realizza tutte le operazioni e offre gli stessi servizi delle sue omologhe (carta di credito, bancomat, internet banking, ecc…), ma con alcune differenze fondamentali. Prima di tutto c’è il rifiuto di qualsiasi operazione speculativa, dell’utilizzo dei paradisi fiscali e di altre pratiche finanziarie “dubbie” che troppo spesso caratterizzano le banche “tradizionali”. Ma andando molto oltre, è l’unica in Italia a pubblicare sul proprio sito l’elenco completo dei finanziamenti concessi alle imprese, alle cooperative e alle altre persone giuridiche. In questo modo è sempre possibile sapere dove vanno a finire i soldi che depositiamo sul conto.

Tali finanziamenti sono indirizzati unicamente a realtà e progetti con ricadute positive in termini ambientali e sociali. Per assicurarsene, oltre alla normale istruttoria economica svolta dai dipendenti, in Banca Etica si realizza una valutazione sociale e ambientale delle richieste di finanziamento. Questa seconda valutazione è realizzata dai soci sul territorio, opportunamente formati. In questo modo i 38.000 soci di Banca Etica possono direttamente controllare che la banca rispetti i principi ambientali, sociali e sui diritti umani iscritti nel suo Statuto.

Ci sono anche altre differenze di grande importanza, come il limitare il rapporto tra lo stipendio massimo e quello minimo nella banca a 7 a 1, in diretta opposizione con gli incredibili eccessi di alcuni top manager del mondo finanziario. Al di là delle singole differenze, il punto di partenza è intendere la finanza come un mero strumento al servizio delle attività economiche, realizzando nel contempo una valutazione delle ricadute non-economiche di tali attività, e fondando il tutto sulla completa trasparenza. 

Moreschi: cosa deve fare una banca per meritare la fiducia dei clienti?

Baranes: più che “fidarsi”, è necessario controllare, e ancora meglio partecipare direttamente. La fiducia in Banca Etica deriva dall’operato dei dipendenti, da una rete di migliaia di soci in tutta Italia che hanno costruito e contribuiscono quotidianamente a questo progetto, e in maniera fondamentale dalla completa trasparenza nei finanziamenti e nell’operato. I soldi depositati in una banca o affidati a un gestore sono i nostri, e abbiamo il diritto e per molti versi il dovere di sapere come vengono impiegati. Se chiedessi a qualcuno del denaro per andarmelo a giocare al casinò, difficilmente lo riceverei. Perché se apriamo un conto corrente o affidiamo i nostri risparmi a un fondo di investimento o a un fondo pensione non pretendiamo lo stesso? I miei soldi vengono investiti nell’economia del territorio o finiscono in un paradiso fiscale? Sto finanziando l’agricoltura biologica o delle mine anti-uomo? L’uso del denaro non è neutro, e siamo noi in prima persona a dovere operare delle scelte coerenti con il modello economico, sociale e ambientale che vorremmo. 

Moreschi: un pensiero per il futuro?

Baranes: la finanza deve radicalmente cambiare direzione. Oggi ci troviamo da un lato un sistema ipertrofico e autoreferenziale, che da strumento al servizio dell’economia si è trasformato in massima parte in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. Dall’altro, la finanza non riesce nemmeno ad assolvere i compiti che dovrebbe avere, come testimonia l’enorme difficoltà di accesso al credito in Italia. Prendiamo l’esempio delle materie prime alimentari. Com’è possibile che tramite i derivati sia persino possibile scommettere sul prezzo del cibo mentre decine di milioni di contadini sono totalmente esclusi dai servizi finanziari?

La finanza potrebbe e dovrebbe dare un contributo per vincere le sfide cruciali che ci troviamo di fronte, da quelle occupazionali a quelle ambientali, alla lotta contro le disuguaglianze. Al contrario, troppo spesso la stessa finanza causa o per lo meno inasprisce difficoltà e situazioni di crisi. Detta con uno slogan, la finanza può e deve diventare parte della soluzione, e non come avviene oggi essere uno se non il principale problema. 

Moreschi: possiamo sperare in una finanza a favore dell’uomo normale?

Baranes: possiamo non solo sperare, ma anche contribuire a realizzarla, agendo almeno lungo due direttrici. La prima è stata accennata in precedenza: diventando protagonisti delle nostre scelte in ambito finanziario, e indirizzando i nostri risparmi verso operatori e istituti che contribuiscano a sostenere un modello economico socialmente e ambientalmente migliore. Dall’altro lato, occorre introdurre poche semplici regole per chiudere una volta per tutte questo casinò finanziario. Le difficoltà per farlo non sono di natura tecnica, ma nella volontà politica di farlo. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie, separare le banche commerciali da quelle di investimento, chiudere i paradisi fiscali, contrastare la speculazione e il sistema bancario ombra e via discorrendo. In ognuno di questi ambiti esistono proposte concrete, e campagne sostenute da reti e organizzazioni della società civile per una loro introduzione. Dobbiamo fare sentire la nostra voce per chiedere che tali temi diventino la priorità dell’agenda politica, su scala nazionale, europea e internazionale.

Cambiare rotta, e come primo passo evitare che un disastro come quello che ci ha colpito negli ultimi anni possa ripetersi, dipende anche da noi, informandoci e agendo in prima persona per riportare la finanza a essere uno strumento al servizio della società, non l’opposto come troppo spesso vediamo oggi.

 

Per la cronaca chi volesse seguire Andrea Baranes su web:

  • Collabora con riviste specializzate nel settore economico e della sostenibilità, quali “Valori” e “Altreconomia” e con i siti Sbilanciamoci.info e nonconimieisoldi.org
  • E’ stato portavoce della campagna sull’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie (zerozerocinque.it)

 

Be Sociable, Share!

speak Your Mind