Giornalismo web, 3 domande a You-ng

5th dicembre 2012

Non è una novità: il giornalismo tradizionale sta affrontando una delle crisi più nere della sua storia. Secondo gli ultimi dati Nielsen sulla pubblicità, relativi al periodo gennaio-settembre 2012,  i quotidiani segnano un -16% sul valore delle inserzioni, mentre internet vanta una crescita vicina al 10%. Aumentano gli utenti dell’informazione web, mentre diminuiscono mese dopo mese le copie vendute in edicola (ma anche i telespettatori dei tg).

Da una parte, gli editori sembrano incapaci di adeguarsi ad un modello nuovo del fare informazione: per lo più sono restii ad investire,  riciclano i contenuti già prodotti per la carta e popolano le redazioni web di collaboratori malpagati. Dall’altra, la crescita di investimenti pubblicitari sull’online, pure come abbiamo visto a due cifre, non è assolutamente in grado di compensare in termini assoluti la perdita di ricavi sui media tradizionali. Di fatto, non è ancora emerso un modello economico capace di garantire all’informazione digitale i ricavi sufficienti ad auto-sostenersi senza dipendere pesantemente dalle inserzioni e anche in questo caso il segno più nei bilanci si raggiunge a fatica.

Per cercare di chiarirci un po’ le idee su questi argomenti, abbiamo intervistato Germano Milite, Ceo e fondatore di You-ng, portale di informazione online che punta su un lavoro giornalistico di elevata qualità.

Quali sono i punti di forza dell’informazione online, rispetto a quella cartacea?

Beh di sicuro i punti di forza dell’informazione online sono spesso anche i suoi primi punti deboli. Penso ad esempio alla velocità di propagazione delle notizie: ciò che scrivi può arrivare dall’altra parte del mondo in un’istante ma, al contempo, si vive in uno stato di perenne frenesia. La viziosa fretta sostituisce spesso la virtuosa velocità e la qualità delle informazioni ne risente.
Altro punto di forza: l’alto grado di interazione con i lettori. Chiunque può commentare, criticare e stroncare i tuoi articoli. Spesso le prime rettifiche arrivano proprio da chi ti segue. Tuttavia, se hai un portale molto seguito e non usi alcun filtro, il rischio è quello di farlo diventare ben presto luogo prediletto di troll, stalker, haters e malati mentali d’ogni sorta. Ben presto i commenti diventano più importanti degli articoli, esplodono i flame di insulti ed offese e la comunicazione diventa “caciara”.
Poi però ci sono anche vantaggi che restano tali in ogni caso. Ad esempio il minor costo di produzione e diffusione (con risvolti positivi anche dal punto di vista ecologico), la facilità e la rapidità di rettifica e modifica degli articoli pubblicati e la possibilità di scambiare opinioni e pareri con i colleghi di tutto il mondo e di aggiornare gli articoli in real time.

E’ possibile che l’informazione online arrivi a un modello economico sostenibile? E voi, come fate?

Una bella domanda. Una sfida per ora difficilissima. Ci sarebbe tanto da dire sul tema, ma casi come il New York Timese ed il Guardian ci dicono che purtroppo anche online il problema della sostenibilità economica per l’informazione è reale e di complicatissima risoluzione. Del resto è anche singolare notare che questa pretesa di sostenibilità non è poi avanzata con tanto vigore nei confronti della stampa cartacea (tradizionalmente e tendenzialmente con i conti in rosso).
La domanda che spesso mi faccio è: l’informazione deve produrre notizie e formare le coscienze o fare soldi? Spesso entrambe le cose risulta impossibile farle. Se devi pensare ai conti ed ai bilanci da far quadrare e non hai nessun sostegno pubblico, diventi una vera e propria azienda dipendente da click ed inserzionisti. E se sei dipendente solo da click ed inserzionisti e non hai altre forme d’introito, allora tendi a dare notizie che già sai poter essere virali e potenzialmente molto lette, trascurando articoli molto importanti che però non possiedono le caratteristiche viral necessarie. Per questo motivo noi stiamo cercando di “educare” il lettore a premiare la stampa di qualità ed a finanziare con somme simboliche, ma importantissime ed utilissime se massificate, le inchieste, i reportage, le interviste e gli articoli migliori. Del resto se paghi per leggere una buona rivista, perché non dovresti farlo per leggere contenuti esclusivi online?
E’ logico che per i pezzi che trova ovunque il lettore non sia disposto a sborsare il cent. E’ però meno logico che siano così poco disposti a finanziare l’informazione di qualità. Per noi il crowd funding è stato fondamentale per partire e per i reportage esteri che abbiamo realizzato. Stiamo sviluppando una piattaforma apposita per implementarlo e renderlo più incisivo. Al momento la strada è ancora ripida e piena di buche e, purtroppo, il traguardo verso la totale autosostenibilità a condizioni di lavoro che non prevedano lo sfruttamento gratuito dei collaboratori (vedi caso Huffington Post) è ancora abbastanza lontano.
Altro tema che a mio avviso è importante quanto poco dibattuto è quello del valore delle visite. Fin quando ci saranno superportali che drogano il traffico e lo pompano fregando gli inserzionisti, un utente online varrà sempre troppo poco rispetto ad un lettore di giornale cartaceo, ad un radioascoltatore o ad un telespettatore. Iniziamo a giocare pulito in primis noi publisher, senza truccare i numeri e poi facciamo capire a chi fa pubblicità online che i numeri sono molto relativi e che conta anche la qualità di chi legge ed il target individuato dagli editori. Un milione di visite possono valere molto meno di 200.000 per un inserzionista. Questo ragionamento è tanto logico quanto troppo spesso ignorato. E così non si fa altro che inseguire le milionate di visite e pagine viste. Noi ci siamo arrivati (800.000 visitatori e 1.200.0000 pagine viste al mese) ma sappiamo che sarebbero molto più utili cifre che parlano di pochi lettori ma disposti a pagare per ciò che di buono ed esclusivo offriamo ogni giorno.

C’è ancora bisogno dei giornalisti, quelli con un vero background giornalistico?

Assolutamente si e molto più di un tempo. Oggi fare questo lavoro da professionisti è molto più complicato rispetto anche a solo 10 anni fa. Ci sono molte più informazioni ed oramai il rapporto si è invertito: molto spesso sono le notizie che inseguono te e ti condizionano e non viceversa. Poi anche i lettori sono diventati più esigenti ed informati e devi confrontarti con tutto il mondo ogni volta che pubblichi un articolo. Quindi direi che, oggi più di ieri, c’è bisogno di giornalisti molto preparati e con una grande base di cultura generale.
Poi credo sia comunque meglio sapere abbastanza di diversi argomenti che tutto di un unico tema. Il web è fluido e frenetico, come dicevamo. Saper scrivere di 3-4 temi senza fare figuracce significa essere competitivi e seguiti da più fasce di lettori. Soprattutto, oggi servono giornalisti in grado di crearsi un proprio “pubblico” grazie all’utilizzo dei social media. Puoi essere il più bravo scrittore del mondo, ma se non pubblichi su grandissime testate e non hai un tuo network sociale sviluppato non ti leggerà nessuno ed il tuo lavoro varrà poco o nulla.
Concludendo, direi che la quantità di bufale che circolano (molte volte diffuse anche da giornalisti esperti), non fa altro che dimostrare l’assoluta necessità di figure professionali ben formate e molto smaliziate. Qualcuno vorrebbe dire il contrario e cioè che, visto che anche i giornalisti professionisti sbagliano, allora è meglio affidarsi solo ad “amatori” ed al citizen journalism. Io penso che gli errori degli esperti dimostrino invece l’esatto contrario: se sbagliano loro, figuriamoci chi fa informazione per hobby o vanità personale. Quindi ribadisco: si, occorrono assolutamente e molto più di prima giornalisti capaci e preparati; soprattutto per la stampa virtuale.

Il giovane team di You-ng

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